Budapest: quando Buda era la capitale d’Ungheria (pt.2)

Category : Europe, Hungary
Matyas Templom Budapest

Ci siamo lasciati sulla via che conduce a Szentháromság tér. Al centro di questa piazza sorge il Matyas Templom, dedicato a Nostra Signora, ma da sempre associato, anche nel nome a Mattia Corvino, re d’Ungheria tra il 1458 e il 1490, e considerato un eroe nazionale.

Una chiesa, Mattia e il corvo

L’esterno è molto particolare, con il suo tetto ricoperto di tegole colorate che le conferiscono un aspetto vivace e un po’ sbarazzino e il campanile solenne, dalla guglia finemente decorata, che si alza verso l’alto per provare a guardare giù, verso il Danubio.
La chiesa affonda le sue radici nel XIII secolo e ha subito molte trasformazioni successive.
La storia che racchiudono queste mura è lunga, antica e intricata: sovrani ungheresi e imperatori austroungarici hanno qui ricevuto la corona di Santo Stefano, è stata trasformata in moschea dai turchi che la risparmiarono dalla distruzione perché mosse ad ammirazione Solimano il Magnifico, fu qui che nel 1916 Carlo IV, l’ultimo imperatore asburgico fu incoronato.
Tra i tratti caratteristici dell’architettura di questa chiesa ci sono le sue due torri asimmetriche: la torre campanaria di Mattia, in stile gotico, ricca di pinnacoli, sulla destra e la torre di Bela IV, ricca di piastrelle policrome.

Matyas templom

La chiesa di San Mattia

La chiesa di San Mattia

La chiesa di San Mattia

La chiesa di San Mattia

La chiesa di San Mattia

Dopo un lento e doveroso giro esterno entriamo attraverso una piccola porta e, varcata la soglia, veniamo investiti dalla ricchezza delle decorazioni e dai colori brillanti. Macchie di luce scintillano sulle colonne e sulle pareti, frutto dei giochi che scaturiscono dall’incontro del sole con le vetrate e il rosone.
La chiesa di San Mattia ospita in una galleria il museo di arte sacra dove sono esposte reliquie sacre e repliche della corona reale e dei gioielli della corona.

L'interno della chiesa di San Mattia

L’interno della chiesa di San Mattia

L'interno della chiesa di San Mattia

L’interno della chiesa di San Mattia

Interni della chiesa di San Mattia

Interni della chiesa di San Mattia

L'anello e il corvo

Nel 1458 Mattia salì al trono d’Ungheria. Iniziò in quel momento l’ascesa di Buda a capitale culturale e artistica dell’Europa centrale.Mattia è passato alla storia con nome di Mattia Corvino. L’appellativo Corvinus fu adottato da Mattia e si basa su una leggenda ritenuta però priva di fondamento. Sigismondo di Lussemburgo, nonno di Mattia, si innamorò di Erzsebet, futura nonna di Mattia Corvino, e le regalò un anello, come pegno d’amore e promessa di prendersi cura del figlio illegittimo non ancora nato. Ma l’anello fu rubato da un corvo. Il figliastro di Sigismondo di Lussemburgo, Janos Hunyadi, uccise con una freccia il corvo, a soli 6 anni. Ecco perché Mattia scelse il corvo come emblema: in memoria di questo episodio e come prova della sua ascendenza reale.

Secondo un’altra versione mentre Mattia era in prigione a Praga, la madre gli inviò un messaggio portato da un corvo.

La storia, è sicuramente stata inventata dalla famiglia Hunyadi per ammantarsi di dignità reale. Molto più probabilmente l’appellativo deriva da una proprietà della famiglia, la “rocca del corvo”.

Statua di San Mattia

Statua di San Mattia

Halaszbastya, un nome impronunciabile per un paesaggio che non si scorda

Usciamo dalla chiesa e scopriamo che il cielo si è rischiarato: condizione perfetta per salire sui Bastioni dei Pescatori – Halaszbastya. Il bastione, in stile neoromanico e neogotico, che vediamo e sul quale passeggiamo assieme a una vera selva di turisti provenienti dai quattro angoli del mondo, fu costruito tra il 1901 ed il 1903, nel luogo esatto dove in passato sorgeva un medioevale villaggio di pescatori, incaricati, ai tempi, di difendere questo tratto di riva danubiana in caso di attacco. Le sue sette e bianche torri rappresentano le sette tribù magiare.
Dai suoi terrazzi godiamo di una vista indimenticabile sul Danubio e su Pest. Il panorama di Buda con il Bastione dei Pescatori nel 1988 è stato inserito dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Bastioni dei Pescatori

Bastioni dei Pescatori

Bastioni dei Pescatori

Bastioni dei Pescatori

Bastioni dei Pescatori

Bastioni dei Pescatori

Un treno che sa di comunismo

Avevamo letto di questi trenino sulla guida e ne eravamo rimaste molto incuriositi. Così, un po’ a scatola chiusa decidiamo di andarci per riposarci dalle sfacchinate precedenti standocene beatamente seduti ad ammirare il panorama che ci sfila davanti agli occhi.
Così iniziamo a scendere lungo la Collina del Castello; lungo il percorso acciuffiamo un pullman a caso che ci porta fino alle sue pendici dove saliamo sul tram 18. Arrivati alla caotica Szell Kalman Ter prendiamo il tram 61 fino al capolinea di Huvosvolgy.
Un viaggio interminabile che però è solo agli inizi. Io e mia sorella ci avviciniamo a una cabina che funge da biglietteria- tabaccheria- giornalaio. Guardiamo dentro attraverso un minuscolo pertugio decisamente ingombro di manifesti, giornali e pacchetti di caramelle e riusciamo a scorgere una simpatica vecchina. Speranzose le chiediamo, in inglese, dove poter comprare i biglietti per il Gyermekvasut – Treno dei bambini. La risposta è un’universale alzata di spalle. Rifacciamo la domanda. La vecchina scuote la testa. Federica infila la mano nello zaino, tira fuori la guida e indica il nome ungherese dell’attrazione. La vecchina sorride e sciorina una serie di suoni incomprensibili, come se fosse una lunghissima chilometrica parola senza fine.
Il nostro sguardo deve essere terrorizzato perché la vecchina si sporge e ricomincia a parlare avvalendosi anche dell’universalissimo linguaggio dei segni. Tra un gesto e una parola, un indice alzato e un braccio che si distende, capiamo che dobbiamo salire una scaletta alle nostre spalle e poi continuare a salire lungo il sentierino che troveremo davanti a noi. Se poi lo facciamo anche in fretta è meglio…sembrerebbe che l’ora X stia per scadere (la vecchina batte ripetutamente un dito sul quadrante dell’orologio).
Saliamo la scala, troviamo il sentiero, lo percorriamo (ovviamente sotto l’unico diluvio che la torrida e ormai secca Ungheria vede da un mese), incrociamo un locale e chiediamo informazioni su dove sia sta biglietteria. Silenzio. Sguardo perso. Ok, semplifichiamo all’osso: “Ticket. Ticket…” dai, ticket lo sa anche mia nonna che ha 86 anni. No, niente da fare. Manco ticket viene recepito. Ormai sconsolati stiamo per ringraziare e andarcene quando il tizio fa un sobbalzo, una luce si accende, le campane celesti trillano: “Aaah! Tik! Tik!” dice mimando con una mano un biglietto, sollevando un braccio e muovendo l’altra mano in direzione di una casupola lontana, seminascosta dagli alberi.
Sorridiamo, gli stringiamo la mano, ringraziamo e corricchiamo verso la meta.

Il trenino, la biglietteria desolata, l’interno del trenino e la prima stazione

Arriviamo su una banchina deserta e piuttosto desolata. Sulle pareti qualche rado cartello con scritte solo in ungherese. Una piccola sala d’aspetto vuota e una biglietteria altrettanto abbandonata. Ci guardiamo attorno in cerca di qualcuno e alla fine adocchiamo una signora di mezz’età attorniata da 4 ragazzini tra i 10 e 15 anni. Ci facciamo coraggio e chiediamo informazioni sui biglietti. In sostanza questo trenino, con tutte le sue stazioni, è un retaggio del comunismo (all’epoca si chiamava “Treno dei Pionieri”) e le sue carrozze rosse e blu percorrono le verdi colline di Buda in circa 45 minuti. La cosa simpatica è che il tutto, eccetto la guida della locomotiva, è gestito da bambini tra i 10 e 15 anni.
Ovviamente siamo prepararti a tutto questo, il problema è che il bambino che spunta dietro il vetro della biglietteria ci guarda e ci chiede qualcosa che, inevitabilmente, noi non capiamo. E di nuovo ci lanciamo in un’improbabile conversazione fatta di inglese e gesti. Alla fine abbiamo i biglietti in mano ma vorremmo capire a che ora arriverà ma il ragazzino non sembra capire quello che stiamo domandando. Colpite da un lampo di genio arraffiamo un foglietto e una matita e disegniamo il quadrante di un orologio (senza lancette), con un bel punto di domanda e un trenino in arrivo sui binari. Il ragazzino afferra il suggerimento e disegna delle belle lancette che ci indicano l’orario.

Il saluto dei bambini

La partenza del trenino gestita dai ragazzini, con tutte le segnalazioni del caso, palette e bandierine è molto suggestiva, così come la bambina- controllore che svolge con perizia il suo incarico. A ogni stazione assistiamo a una piccola cerimonia, una sorta di saluto al treno, da parte dei piccoli addetti alla fermata. Il grosso problema è che quando vi dicono che il tragitto è “immerso nel verde”, vogliono dire che sarete veramente e completamente immersi nel verde. Il treno passa per quasi un’ora in mezzo a fitti boschi di noccioli e robinie impedendovi del tutto la visione del paesaggio: un ora di verdi fronde ininterrotte. Una gran palla e un gran freddo (sì, il trenino non ha vetri o finestrini).

Il panorama medio del viaggio…

Arriviamo al capolinea (Szechenyihegy), una piccola stazione in mezzo al nulla, che sono ormai le 18.00 e saliamo su un tram (trovato seguendo la famosa tecnica “tutti vanno di lì, andiamoci anche noi”) che ci riporta nel cuore di Budapest un poco amareggiati da questa esperienza che prometteva panorami mozzafiato e che invece ci ha delusi.

Consigli
  • Non perdetevi assolutamente la chiesa di San Mattia anche se dovrete spararvi una coda bella lunghetta (noi ce la siamo fatta tutta sotto il solleone). Il prezzo del biglietto è di 1400 Ft, pagateli e godetevi la visita a una delle cose più belle ed emozionanti dell’intera Budapest.
  • Armatevi di macchina fotografica, prendetevi del tempo (quello per trovare lo scatto giusto), date fondo alla vostra pazienza (ce ne vuole non poca per sopravvivere alla folla di turisti) e salite sui Bastioni dei Pescatori: le anse sinuose della Duna che si dipanano per una Pest sdraiata sonnacchiosa ai piedi della collina non hanno prezzo (costo del biglietto: 700 Ft).
  • Saltate a piè pari il giro sul Treno dei Bambini: ci vuole un sacco di tempo per arrivarci ma non ne vale decisamente la pena.
  • A Budapest parlano inglese. Ma proprio a Budapest – Budapest, a Budapest città. Già solo in periferia si passa all’ungherese o al tedesco.
  • Stavo per dire “ma che figata il Treno dei bambini!” e invece anche no. Un vero peccato, povera essere davvero carino 🙁

    • Sì… è stato un pochino una fregatura XD Tanto tempo per arrivarci e panorama un po’ troppo meh. Pazienza!