Il parco naturale di Hortobagy: nell’immensità della puszta (pt.1)

Category : Europe, Hungary
parco nazionale Hortobagy

Il giro di oggi prevede un bello spostamento in macchina, circa 200 km.
Ci alziamo di buon mattino, ci rifocilliamo con un’abbondante colazione e poi ci infiliamo tutti e quattro nella vettura pronti per partire.

Cos’è la putsza?

Andare verso l’est dell’Ungheria equivale ad entrare piano piano in un grande, sterminato prato.
Quando, dopo poco più di 2 ore, arriviamo nel piccolo villaggio di Hortobagy ci sentiamo immediatamente al centro di questa pianura. Con la sua estensione di 82000 ettari il parco naturale di Hortobagy (inserito dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità nel 1999) è il più grande parco naturale ungherese e occupa la gran parte della puszta, la grande pianura ungherese.
Nel bel mezzo dell’Europa centrale troviamo una vasta pianura (100.000 km2), racchiusa tra i Carpazi, le Alpi Transilvaniche e quelle Dinariche: l’Alfold. Il nome significa “terra bassa” (ha una altezza media di 110 m s.l.m.). L’area compresa tra il Danubio e il Tibisco è in larga parte ricoperta da sabbie e priva vie d’acqua di superficie mentre nei punti più depressi vi sono zone salmastre, sterili e disabitate: ecco, questa è la puszta.

putsza

Una capanna in mezzo alla putsza

puszta

La grande distesa gialla della putsza

Nel cuore di Hortobagy

Andiamo a chiedere un po’ di informazioni al visitor center dove ci dicono che possiamo visitare la puszta in vari modi: in bicicletta o a piedi, acquistando un pass da 900 Ft, oppure facendo un tour di circa 1 ore e mezza in classe. Essendoci una cosa come 40° C e non avendo nessuna voglia di scarpinare o pedalare sotto il sole martellante optiamo per un più comodo giretto in calesse, in modo da farci scarrozzare in tutta tranquillità. Andiamo alla Stud Farm, punto di ritrovo per chi sceglie questa modalità di visita, e nell’attesa ci piazziamo all’unico tavolo all’ombra dell’unico albero nei paraggi e ci mangiamo un bel panino (e beviamo litri d’acqua).
I 250 cavalli fanno di questo allevamento uno dei più grandi e importanti dell’intera Ungheria. Qui vengono allevati i cavalli nonius, una razza nota per la sua resistenza. La mandria di Hortobagy viene già menzionata in alcuni documento della metà del ‘600. Questa particolare razza si è formata per motivi prettamente storici: durante le guerre napoleoniche i cavalieri li importarono dalla Francia , come bottino di guerra. Sono particolarmente adatti per tirare i carri e svolgere altri lavori di fatica, tanto che nella II guerra mondiale vennero impiegati per trainare i cannoni. Il colore del loro manto è marrone, marrone scuro o nero. Altra particolarità è la forma della loro testa, simile a quella di un ariete.

Uno de cavalli nonius

Arrivato il momento saliamo, assieme alle altre persone presenti, su due calessi coperti, trainati da due bellissimi cavalli (non nego che i cavalli abbiano catalizzato più della metà della mia labile attenzione. Nella mia testa continuavo di dirmi: “Cavalliniii!!! Cavalliniii!!! Belli i cavalliniii!!!”, manco avessi 10 anni). La guida ci dice, in un inglese un po’ stentato, che la spiegazione verrà fatta in ungherese e in tedesco ma che per noi italiani (gli unici quattro italiani) è pronta una mini guida scritta di qualche pagina. “E poi…vabbè…se proprio volete possiamo provare dire qualche cosa in inglese” dice, sottintendendo che l’inglese non è propriamente la sua lingua madre.
Il calesse parte sollevando una vera nube di polvere e sballottandoci allegramente qua e là.

“Cavalliniii”

Quando l’immensità ti entra dentro

Attorno a noi puszta, nient’altro che puszta.
Erba gialla, corta e secca fin dove l’occhio può arrivare.
Terra dura e crepata dal sole che si alza un nubi ti terriccio turbinate ogni volta che le ruote dei carri la scavano per poter procedere.
Un vecchio albero solitario sperso in mezzo a questa marea ocra, con i rami nodosi che si allungano verso l’alto, le foglie di un verde così scuro da sembrare quasi nero.
La sagoma della pompa di un pozzo che sembra disegnata col carboncino sopra un foglio azzurro.
Il profilo impreciso delle lunghe case dai tetti di paglia che scendono fin quasi a toccare il suolo. I dettagli che si aggiungono man mano che ci avviciniamo ad esse, quasi come le pennellate precise di un pittore che vuole aggiungere personalità e carattere alla propria opera. Piccoli tocchi rapidi per i fasci di paglia che formano i tetti, i tratteggi che danno forma agli steccati.

La pompa del pozzo

Un albero solitario

Le capanne coi tetti che arrivano fin quasi a terra

Macchie di marrone lucido e cangiante dove il bufalo d’acqua sguazza pigramente nel fango bagnato per sfuggire alla calura estiva. Solo le corna emergono da questi ammassi di corpi muscolosi e pigri. Quelli che da lontano sembrano rapidi puntini in movimento si rivelano essere, avvicinandosi, i simpaticissimi maiali lanosi: porcellini marroni, ricoperti di fango, terra e pelo ricciuto. Le pecore “racka”, dalle loro lunghe corna attorcigliate, e dal lungo manto nero con il quale, un tempo, si facevano i tappeti.

maiale lanoso

Un maiale lanoso

pecore racka

Le pecore racka e le loro corna attorcigliate

Bufali d’acqua

Il bue grigio

L’orizzonte. La linea retta e piatta. Quell’alone fosco che delimita terra e cielo, ocra e azzurro. Una fascia di calura tremolante che nasconde e quasi fa svanire le lontane presenze degli alberi, come se una gomma fosse passata a cancellare frettolosamente un disegno sbagliato.
La sensazione è quella di essere piccoli, piccoli come quei fragili e secchi steli di paglia e fieno che si estendono tutto attorno. Ci si sente schiacciati da tutto questo spazio senza fine, presi tra un oceano ocra che si stende sotto i piedi e un telo azzurro polvere che copre la testa.
L’immensità si fa quasi tangibile, ti si attacca addosso, entrandoti nelle ossa, lasciandoti una stana sensazione a metà tra il disagio e la meraviglia estatica.

Uomini blu e cavalli selvaggi

Lontano si alza una nube di polvere. Uno vortice scalpitante di terra gialla e grigia, dall’antico cuore blu. Terra come quella sollevata dagli zoccoli dei cavalli nonius, blu come il colore sgargiante e intenso della tradizionale guarnacca dei csikos, i cavalieri della steppa, guardiani lanciati all’inseguimento di mandrie di cavalli, di greggi di montoni neri e di buoi grigi.
E sono proprio questi antichi cavalieri che si cimentano, sotto i nostri occhi, in una tecnica equestre straordinaria: la posta ungherese. Si tratta di un numero acrobatico che consiste nello stare in piedi in equilibrio su due cavalli mentre si guidano, con due lunghe redini, 5 o anche 10 cavalli lanciati al galoppo. Da dove ha origine questa pratica? Dalla necessita che si aveva, sotto l’impero austroungarico, di fornire rapidamente alle armate cavalli freschi senza sella ne freni.

I cavalli nonius

I cavalli nonius

Csikos

Ciskos e la posta ungherese

Consigli
  • Il tour in calesse ha un che di decisamente turistico, con le varie tappe abilmente costruite e perfettamente sincronizzate, ma lo consiglio ugualmente perché è veramente ben fatto, interessante, dal prezzo accessibile e permette di godersi benissimo il paesaggio. Perfetto anche per chi ha al seguito dei bambini. Il punto di ritrovo è presso la Stud Farm, le partenze sono alle ore 10.00, 12.00, 14.00, 16.00. Prezzo: 2600 huf.
  • Non lasciate a casa la macchina fotografica. Spunti ne trovate a migliaia. Io avrei passato la giornata a fotografare il paesaggio, gli animali e i volti scaldati dal sole dei csikos.
  • Se non avessi detto che si trattava di un parco nella pianura ungherese avrei giurato che si trattasse di un qualche posto in Mongolia XD

    • Ci sono rimasta anch’io quando ho scoperto che esisteva un posto del genere in Ungheria!

  • Mi avete fatto venire voglia di andare in Ungheria.. 🙂