#QuellaVoltaChe il rifugio non è stato tanto Benevolo

Ci ho pensato un po’. Ok, proprio tanto se si considera che i ragazzi di Storie di ritratti il loro post l’hanno pubblicato l’1 giugno. Sì, perché è loro l’idea di #QuellaVoltaChe e, già che ci siamo, seriamente, andate a sbirciare il loro blog. Intanto qui le modalità e il perché di quest’idea. Andate a vedere, davvero. Va bene, andateci ora. L’avete fatto? Sì? No? Ok, vi adoro lo stesso lettori dal cuore ribelle e sovversivo ma poi fatelo che così vi adorerò ancora di più.

Comunque dicevo… ci ho pensato un po’ perché di aneddoti, di episodi e storie da raccontare ce ne sono tanti. Come QuellaVoltaChe il treno Milano-Vienna, ad agosto, con l’aria condizionata che non funziona e i finestrini piombati, che ti chiedi se chi ha ideato una cosa del genere credeva di star mettendo insieme un sottomarino e poi alla fine ha piazzato la sua adorabile creazione su un paio di rotaie. Oppure ancora QuellaVoltaChe l’amica pigia il bottone “Emergency” in stazione a Londra, in pieni riots 2011, perché non sa cosa vuol dire. E tu boh, ma proprio boh, ma oddio, forse questa un giorno ve la racconterò davvero. O ancora QuellaVoltaChe sei già in pigiama in camera d’albergo e ti viene voglia di uscire e … ok, non cambiamoci, basta buttarsi sopra una felpa. Ed esci così, in piazza San Marco a Venezia, mano a mano con l’amicizia più bella della tua vita, specchiandoti nei riflessi che restano dopo l’acqua alta, pensando solo alla tua fortuna e certo non al fatto che la tua t-shirt recita un Goodnight (and travel well) proprio palese e per tanti un po’ fuori luogo. E poi ancora quella volta a Bath quel tizio, parecchio strano, che ci ha seguito per tot minuti chiedendoci soldi per prendere un pullman per tornare alla propria abitazione perché s’è dimenticato le chiavi della macchina … a casa. E qualcosa non ti torna. E non dimentichiamoci di QuellaVoltaChe a Lubecca abbiamo sostenuto una conversazione su dolci e marzapane con un’anziana signora che, fa niente se non capite una parola di tedesco, io vi parlo comunque nella mia lingua madre. E a farsi intendere, non sappiamo come, ma c’è riuscita. E ne vogliamo parlare di QuellaVoltaChe cerchi l’aeroporto e finisci in mezzo a prati con mucche, mucche e …mucche e ti disperi perché perderai l’aereo ed è la tua prima volta all’estero e oggesumaria e… ti soccorre un adorabile sardo, o meglio, decidi di affrontare le mucche insieme a lui e dietro ai campi di rendi conto che c’è seriamente l’aeroporto. E sempre per restare in tema di aeroporti, QuellaVoltaChe noleggi l’auto e (signori i navigatori non erano così diffusi allora) “non perdiamoci, mi raccomando” e ti trovi a seguire una macchina che non è quella giusta prima ancora di superare l’uscita dell’aeroporto.

E insomma, capito? Questa serie di post è il male (o il bene, a parer mio) perché scatenano la mia vena logorroica, mo’ peggio per voi. Sì che c’è la x in alto a destra per chiudere se vi stufate ma voletemi bene e andate avanti ancora.

QuellaVoltaChe il rifugio non è stato tanto Benevolo

Io amo la montagna. Davvero. Anche se richiede levatacce per non camminare sotto il sole a picco. Questa volta la meta era il rifugio Benevolo, in Valle d’Aosta (Val di Rhemes) e siccome la passione per la montagna l’ho ereditata da papà questa gita era con lui e con mia sorella. Passerei subito alla parte “interessante” della nostra giornata ma indugio ancora un pochino per dirvi che la passeggiata è davvero carina e non troppo impegnativa. Se non erro da un buona parte in poi si è sotto il sole per cui ragionate di conseguenza. Vi dico anche che tutto ciò è successo ormai anni fa per cui la situazione al rifugio potrebbe essere differente ed è giusto dirlo, capirete perché.

Rifugio Benevolo

Lungo il sentiero

Fatte le dovute premesse, ci trasliamo direttamente al rifugio, uno di quelli dove arrivi e dici: “qualsiasi cosa cucinino lì dentro sarà molto calorica ma io e il mio stomaco ce la siamo guadagnati”. Ti siedi quindi, sganci gli spallacci e, sì signori, questa cosa con polenta, salsiccia e…boh, sarà mia. E quel boh si rivela essere salsa. Un sacco di salsa. Roba che hanno avvisato Noé per mettere in salvo salsiccia e polenta.

Riporterò ora il dialogo al momento in cui ci è stato servito il tutto. Sì sarà precisissimo e raccontato parola per parola visto che sono passati solo anni e anni:
– (Io) Fame. Fame. Un sacco fame. Buon appetito
– (Padre) A voi.
*un paio di forchettate dopo…*
– ma… a voi piace?
– sì
– (sorella) sì
– ah
*altre due forchettate dopo…*
– ma è normale che abbia q-u-e-s-t-o sapore?
– sì, credo… non lo so
– sì
*passarono altre due forchettate*
– no, boh, io non la mangio più
– sì, vero? ha un sapore strano
– mah, secondo me non è ottimo ma si può mangiare
*li osservo dall’alto della mia non-saggezza culinaria continuare a mangiare, finché anche papà cede*
– no, non è proprio buona, non la magio più neanch’io. Mica di stare male (segnatevi queste parole)
– a me non sembra così così immangiabile…
*ora siamo in due ad osservare ma, anche qui, alla fine, la terza cede e desiste*

Il rifugio

E fin qui, siamo solo tanto delusi ma ci sdraiamo a sentire soffi di sole sul volto e abbracci d’erba tutto attorno e ogni cosa sembra tornare ad essere perfetta. Qualche ora dopo inizia la discesa e tra un salto e l’altro inizia ad insinuarsi un malefico mal di testa di gruppo.

Arriviamo alla macchina giusto in tempo per sdraiarci e cercare di riprenderci per affrontare il viaggio di ritorno. Niente, il mal di testa non passa. A me aumenta e si abbina a nausea, a mio padre anche, mia sorella invece decide che per farsi passare tutto rimedierà mangiandosi una confezione di baiocchi. Gli stomaci di certe persone non seguono le regole di questo mondo, non so che dirvi. Il finale creepy di tutto ciò è che con un caffè, io all’incirca me la cavo, mio padre diremo finemente che non se l’è cavata troppo bene ma che ha eliminato il male in altro modo e che invece mia sorella è quella che dopo 10 minuti dai baiocchi stava come una rosa al mattino presto: benissimo.

Insultando salse e salsine di rifugi che di Benevolo hanno poco, riprendiamo la via del ritorno e stiamo già ridendocela di gusto quando giungiamo a una delle famose barriere della tangenziale di Milano. Sono dei posti infelici con un sacco di caselli e in generale sempre tante, troppe, auto.

– Ehi papà, ma quello è cretino, fa la retro ai caselli
– Sì, vabbé, ma se ne incontrano di ogni
*osserviamo ed avanziamo con calma verso la nostra corsia, ci saranno una ventina di metri tra noi e il deficiente di cui sopra*
– oh, ma non si ferma
– massì che si ferma, cos’è? Idiota? Fa la retro ai caselli e manco guarda?
– oh ma prende velocità
– oh, ma non si ferma?
– MA *beep* non si ferma?
– NON SI FERMA!
*segue clacson, sterzata dell’ultimo momento*

E fu così che nello stesso giorno in cui avevamo ordinato un pranzo andato a male venimmo anche tamponati da un tizio in audi-nuova-nuova che faceva la retro a 50km/h come minimo ai caselli. Il mondo è uno strano posto.
Vi risparmio gli insulti e altri dettagli quali “non vi avevo visto” e “ma voi potevate evitarmi e sterzare prima. Così invece che prendervi appena non vi prendevo proprio. La mia audi è nuova. Era nuova…”.

A parte il colpo, la macchina sembra andare, non siamo lontanissimi da casa per cui, risolto quel che si deve risolvere in questi casi, ci avviamo. Carro attrezzi non avrai il nostro scalpo. Peccato che dopo una manciata di minuti ci si rende conto che qualcosa non va. La macchina tira inesorabilmente da un lato e la cosa peggiora ad ogni metro percorso. Carro attrezzi a te scalpo, parrucca e parrucchini.

Segue chiamata al soccorso stradale. Ovviamente ci siamo fermati in una zona dove ci sono più interferenze che auto che passano.

– Pronto soccorso stradale
– prontuuu-tuuu-tuuu *è caduta la linea*
Facciamola breve e diciamo che ci sono altri quattro o cinque tentativi prima di riuscire a prendere la linea.
– Pronto soccorso stradale
– Buonasera, abbiamo avuto un problema *blablabla*, potete venirci a prendere?
– Sì, dove siete?
– Guardi, un paio di chilometri dopo la barriera di X, appena prima dell’uscita Y, sulla piazzola dove c’è il cartello che indica il tale paese.
– No. Mi deve dire il miglio.
– Il miglio?
– Il miglio. Non lo sa?
– No.
– Lo trova tra le due corsie. In mezzo alla strada. Richiami quando ha informazioni più precise *riattacca*

Per chi non sapesse cosa sono i migli, sono quei numerini che trovate scritti proprio in mezzo alle strade e che indicano la distanza da non so cosa ma che servono per individuarvi per bene. Ok, calma e sangue freddo. Nessun miglio in vista. Ma noi non ci arrendiamo. A casa ci vogliamo arrivare, sapete com’è. E mio padre se non ci riportava intere poteva anche non tornare proprio. Il miglio non si vede ma noi, attrezzatissimi, tiriamo fuori il binocolo che doveva servire ad avvistare le marmotte e che… sì, perdonateci, usiamo per individuare questo benedetto miglio.

Da qui è tutta in discesa. All’ennesimo tentativo riusciamo a comunicare il miglio, dopo ere geologiche ecco il carro attrezzi e noi ci sbracciamo come dei naufraghi su un’isola deserta. Qualche ora dopo varchiamo la porta di casa e nostra madre ci accoglie con un: “Ma com’è che queste cose succedono sempre quando non ci sono io?”

Lungo il sentiero

Lungo il sentiero

Ed è tutto qui? Sì e no. Questa è la parte che tutti sanno, quella che nessuno che mi conosce non s’è sentito raccontare. Ma poi c’è tutto il resto. Ci sono le risa in auto, lo stare in silenzio tra le montagne per ascoltare i fischi delle marmotte, lo stendersi sull’erba e parlare con chi ti è più caro come magari a casa non troviamo mai il tempo di fare, c’è quella dimensione di viaggio famigliare che #QuellaVoltaChe al rifugio Benevolo non mi farà mai dimenticare e io non posso che esserne grata.

Se avete letto tutto fino a qui e mai ci incontreremo vi offrirò una birra per la vostra pazienza. Croce sul cuore.

  • Che avventura! O_O M’hai smontato il mito del rifugio con pranzo a base di buonissima polenta, credo che non assaggerò mai una polenta con la salsa! Però le cose più belle da raccontare sono sempre queste. Se sopravvivi chiaramente.

    • Ma no 😀 Questa è stata davvero l’unica volta che ci è andata male in anni e anni di passeggiate in montagna.
      E in fondo siamo sopravvissute per raccontarlo 😉

  • per la serie La sfiga ci vede benissimo 🙂
    Io farei un applauso a tua sorella, che ha la mia stessa filosofia di alimentazione: se non vuoi che le cose tornino su, devi spingerle giù XD

    • “se non vuoi che le cose tornino su, devi spingerle giù” ahah, hai colto in pieno la sua filosofia XD