Tra Dante e gli gnomi: attraversando il massiccio del Sella

Category : Alto Adige, Italy

Monti pallidi, monti fatti di una roccia che a volte, trafitta dal sole, sembra quasi trasparente. Di un bianco accecante nelle giornate inondate di luce, di un rosa perlato nei momenti dell’alba e del tramonto, la pietra di cui sono fatte le dolomiti si chiama ovviamente dolomia e si trova solo qui, in nessun altro gruppo montuoso. Anche se a dire il vero, però,  la leggenda racconta che in tempi remoti anche queste montagne avevano lo stesso colore delle altre catene delle Alpi. Facevano parte del reame delle Dolomiti, governato da un principe infelice. Il figlio del re aveva sposato la principessa della luna ma non poteva mai alzare gli occhi su di lei: era troppo luminosa, il solo guardarla lo avrebbe accecato per sempre. Lei, d’altro canto, non avrebbe mai potuto vivere tra quei monti ombrosi e cupi, si sarebbe ammalata di malinconia. Finchè un giorno proprio gli gnomi abitanti di questi boschi (si chiamano Salvani) fanno la magia: impietositi dal triste destino del principe, decidono di aiutarlo, trascorrono una notte intera a intessere meticolosamente proprio la luce tanto luminosa della luna, e ricoprono con questa rete leggera luminosa ma non troppo le rocce delle buie montagne… La principessa può così tornare dal suo principe, e lui può finalmente guardare la luna. E noi il bellissimo spettacolo di colori che queste cime fantastiche regalano nei diversi momenti della giornata.

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Rifugio Cavazza al Pisciadù

Il rifugio Cavazza al Pisciadù è incastonato sotto la cima omonima, vicino a un piccolo lago dall’acqua blu (una vera rarità nell’arido mondo di Dolomia), all’incrocio tra la ferrata tridentina e la via che porta nel cuore dell’altopiano del Sella fino al Piz Boè, nonché sul cammino che dal passo Gardena conduce al passo Pordoi.

Qui tentiamo la prima levataccia per vedere l’alba. Abbiamo puntato la sveglia, ma alle cinque del mattino abbiamo già gli occhi sbarrati nel buio. Cercando di non far più rumore dei ‘russatori’ che dormono con noi (si tratta di una specie di creature montane che trova il suo habitat naturale nei cameroni dei rifugi di montagna) sgattaioliamo fuori. Purtroppo ci sono ancora parecchie nuvole e ci troviamo immersi in un’atmosfera indescrivibile. Freddo, silenzio e luce mescolati insieme e mescolati con noi, nelle prime ore del mattino, e in quel luogo, sono un’esperienza che nessuna fotografia potrà mai rendere percepibile… per dirla con Jim Morrison (e Aldous Huxley) le porte della percezione sono spalancate. E senza aver assunto sostanze strane, per di più.

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Il monte Pisciadù dal rifugio

Dopo queste premesse, la giornata non poteva che cominciare con la salita alla cima Pisciadù, decisamente meno celebre di quella del Piz Boè, che si trova più avanti lungo il percorso e rappresenta la vera ‘star’ di questo gruppo montuoso. Trovandoci a dover scegliere tra le due – entrambe sono una deviazione dal percorso previsto dall’alta via per questa tappa, già piuttosto lunga e impegnativa – il cuore ci porta a optare per l’ascesa a quel masso strampalato che abbiamo la netta impressione ci abbia osservato durante tutto il tempo trascorso al rifugio.

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Rifugio e lago Pisciadù dalla cima

Tra i nostri più o meno rumorosi compagni di camera siamo i soli ad essere attirati verso il monte Pisciadù. Forse il nome non suona esattamente aulico e nobile, forse per questo motivo questa montagna viene un po’ snobbata, sta di fatto che intraprendiamo la salita nella solitudine più completa. E quando arriviamo in cima, dopo una serie di divertenti roccette e con qualche livido in più addosso, ci sembra di aver conquistato una vetta epica (in realtà non sono nemmeno tremila metri, ma come spesso accade, non solo in montagna, quello che conta è il percorso).  In lontananza si intravedono nuvole e cime lontane, sotto di noi le guglie che si ergono nel cuore del Sella: hanno forme mai viste, sembrano essere state plasmate da qualche divinità impazzita, da un gigante cieco, oppure scolpite da un esercito di gnomi anarchici. O da qualche demone dispettoso, perché no?

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Il ‘dantesco’ massiccio del Sella

Nelle guide turistiche a proposito dell’altopiano del Sella l’aggettivo ‘dantesco’ non viene certo risparmiato. Ma davvero a percorrere la vasta regione tra Pisciadù e rifugio Boè sembra di vagare nelle illustrazioni dell’Inferno realizzate da Gustave Doré. Il mio Virgilio (l’atleta supersportivo dal passo insostenibile e inesorabile, ricordate?) come al solito ha fretta di arrivare – dove, forse, non lo sa nemmeno lui – e mi ritrovo a percorrere questo roccioso e affascinante girone infernale sola con il mio mal di piedi, interrogandomi sul contrappasso che potrebbe essermi stato assegnato. Forse mi trovo in queste condizioni perché nel mondo civile mi sono sempre rifiutata di sottopormi alla tortura dei tacchi a spillo?, mi domando un po’ perplessa.

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Panorama sul Passo Pordoi

Nel mondo civile torniamo molto presto e presto mi ritrovo a rimpiangere la tranquillità silenziosa dell’Inferno da cui sono appena uscita. Il rifugio Boé è affollatissimo e, sgranocchiando cioccolato un po’ in disparte, osserviamo una vera e propria processione di anime del Purgatorio salire lungo il sentiero che porta al Piz Boé. Che sarà pure alto più di tremila metri ma dal basso sembra un placido panettone tondeggiante. Anche il sentiero che percorriamo fino alla forcella Pordoi è affollatissimo: vi arriva la funivia, la giornata è bella e gli escursionisti in gita davvero numerosi. Non c’è dubbio, siamo tornati nel mondo della civiltà (e dei rifiuti abbandonati lungo il sentiero).  Dalla forcella scendiamo per una ripida e sdrucciolevole discesa fino al passo Pordoi. Di qui intraprendiamo la non breve traversata che ci porta prima al rifugio  Pian Dal Ven quindi al rifugio Castiglioni alla Marmolada. Lei, la bianca regina delle Dolomiti, ci accompagna sino alla meta: il suo sempre meno ampio ghiacciaio ci osserva silenzioso mentre percorriamo l’ultimo tratto del percorso, fino alla diga del lago Fedaia, vicino a cui sorge il rifugio. Vi arriva la strada asfaltata e scendendo verso il lago si sentono i motori delle auto e delle motociclette. Già da un po’ abbiamo iniziato a sentire nostalgia per il brullo e inospitale ‘inferno’ del Sella.

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La Marmolada vista dal lago Fedaia

  • Splendido, davvero splendido. Mi sono venuti i brividi quando hai descritto la scena del giorno in cui volevate vedere l’alba, non so se per l’idea di ciò che avete visto o per la sensazione di freddo e umidità sulla pelle! O_O

  • che foto!!!!